19/03/12

Alla festa è mancato il futuro


Siamo più o meno italiani di un anno fa? Siamo più poveri, più arrabbiati, più disorientati. Ma forse, e con qualche sorpresa, anche più italiani. Non era affatto scontato, il 17 marzo 2011. La ricorrenza dei Centocinquanta planò su un Paese distratto e cinico, ripiegato nel suo «particulare» e poco propenso a farsi sedurre dal fascino retorico della Patria. L'anniversario pareva eccitare solo gli animi dei faziosi, che ne trassero spunto per riaprire vecchie e mai chiuse ferite (in Italia i cerotti della memoria sono di pessima fattura e si staccano al primo venticello bilioso). Cavurriani contro garibaldini, borbonici contro sabaudi, secessionisti padani e autonomisti meridionali uniti nella lotta per sfasciare quel poco di coesione nazionale che in un secolo e mezzo eravamo riusciti a costruire, nonostante una dittatura, una guerra civile, le stragi di Stato, il terrorismo, la mafia e le mani leste dei tangentocrati.
Le premesse per un autogol della Storia c’erano tutte e invece, incredibilmente, i cittadini del Paese meno nazionalista del mondo hanno partecipato alla festa.

Più al Nord che al Sud e più a Torino che altrove. Ma ovunque si è registrata un'adesione superiore alle attese, un senso di appartenenza che ha stupito per primi coloro che lo manifestavano. Come se le trombe della crisi economica avessero chiamato a raccolta le paure e le incertezze di tutti, per dar loro riparo all'ombra di una comunità più ampia della famiglia e del campanile. In fondo, persino quel litigare viscerale e ossessivo sui nodi irrisolti della propria storia era un modo isterico, quindi molto italiano, di sentirsene parte.

Il sentimento nazionale è cresciuto quasi per emulazione: la bandiera al balcone, l'inno cantato a squarciagola. Sembrava un gioco, ma è diventato una cosa seria, come tutte le cose che gli italiani cominciano per gioco. Ha unito un po' tutti, da destra a sinistra. Tranne la Lega, che aveva scommesso sul fallimento delle celebrazioni (oltre che sul crollo dell'euro) per risollevare la bandiera della secessione e si è ritrovata un boomerang tricolore sulla testa. Infatti, contro ogni previsione, gli italiani non si vergognavano di ricordare la Patria. Naturalmente la onoravano alla loro maniera: riaprendo gli album di famiglia per scovare brandelli di appartenenza nel trisnonno brigante o nel nonno partigiano. Insieme con l'interesse per l'Italia cresceva l'attaccamento alle sue istituzioni, in particolare la presidenza della Repubblica. Nel Paese delle eterne curve, Napolitano diventava il Distinto Centrale, la zona dello stadio dove gli opposti schieramenti si fondono con più senso civico di quanto avvenga talvolta nella tribuna delle autorità.

Si era a questo punto quando lo spettro ancora fragile della italianità ritrovata è stato messo alla prova da un doppio trauma: il precipitare della recessione e l'incartarsi del berlusconismo. Pungolati dagli eventi, ci siamo dimenticati di consultare la memoria degli ultimi 150 anni: vi avremmo visto quel che in effetti è poi accaduto, e cioè che sull'orlo del precipizio questo Paese riesce sempre a fare un passo indietro. E non è mai un passo normale, da torre degli scacchi, ma una mossa estrosa. La mossa del cavallo. Quella che Napolitano ha escogitato nominando Monti senatore a vita e costruendo le premesse per un cambiamento su cui nessun esperto avrebbe scommesso un euro bucato.

Dalla bandana al loden, e dal bunga bunga allo spread, il passaggio è stato brusco ma perfettamente coerente con la nostra storia di giravolte alla ricerca perenne di quel giusto mezzo, plasmato nel buon senso più che nell'eroismo, in cui va infine sempre a placarsi l'insopprimibile «democristianità» dell'italiano medio. Da un giorno all'altro il teatro del Centocinquantenario ha cambiato cartellone, con i dossier economici che sostituivano le intercettazioni e i silenzi algidi degli esperti al posto delle «boutade» grottesche dei dilettanti. Si portava così a compimento il vero paradosso di questa festa: mentre il rispetto per le istituzioni si estendeva dal Presidente al governo (di cui veniva riconosciuta, accanto alla durezza, la serietà) e persino il senso dello Stato faceva timidamente capolino incarnandosi in un sentimento inedito di ostilità verso gli evasori fiscali, evaporava il credito residuo dei partiti politici, che dalla stragrande maggioranza degli italiani vengono ormai considerati, nei casi migliori, delle associazioni a scopo di lucro gestite da personaggi inefficienti e mediocri.

Se qualcosa è mancato in questa festa tricolore che oggi ammaina le sue bandiere, non è stato il presente e nemmeno il passato. E' stato il futuro. Non ne ha parlato nessuno, se non in termini vaghi e retorici. Dalla politica, «sollevata» da compiti di governo, ci saremmo aspettati almeno questo: che oltre ad autoimporsi una cura dimagrante per rientrare nei limiti della decenza, si sforzasse di offrire una visione sull'avvenire possibile del Paese. Invece la classe dirigente (?) non si è degnata di dirci come immagina l'Italia fra cinquant'anni: quel gigantesco parco-giochi cultural-ambientale che vorrebbe il mondo e noi ci ostiniamo a non essere, oppure qualcos'altro? Nel silenzio degli indecenti, come sempre la risposta verrà dagli italiani che non hanno potere ma istinto di sopravvivenza. E come sempre non sarà quella che ci si aspetta da loro, qualunque essa sia. (Massimo Gramellini)

Mo so' cozze!



Le ostriche del potere

C'è qualcosa di eccessivo, di sottilmente smodato, nel rapporto tra la classe dirigente italiana e la dimensione del denaro e del lusso che il denaro consente. È una sorta di incontinenza e di esibizionismo senza freno; di compulsività acquisitiva. Sembra che in questo Paese per banchieri e imprenditori, per alti burocrati, professionisti di grido e parlamentari, per chi insomma conta qualcosa, ogni retribuzione non sia mai abbastanza elevata, ogni privilegio e ogni prelibatezza non siano mai troppo esclusivi, ogni manifestazione di ricchezza mai troppo smaccata.

La classe politica fornisce gli esempi se non più clamorosi senz'altro più noti. Intercettazioni, cronache giornalistiche, atti giudiziari restituiscono l'immagine di un gruppo di persone spesso proprietarie di ville su remote spiagge oceaniche o di case con viste strepitose sui più bei centri storici della penisola, intente appena possono a trascorrere vacanze in costosissimi resort esotici, a consumare pranzi e cene in locali da nababbi. Al senatore Lusi capitava di ordinare al ristorante piatti di spaghetti con non so che cosa, del costo di appena 180 euro. Viene da chiedersi: «Era sempre solo? E ai suoi ospiti sembrava ovvio andare in un posto del genere?». Evidentemente sì. Certamente appariva ovvio al sindaco di Bari Emiliano (e nel capoluogo pugliese non solo a lui, a quel che sembra) ricevere come regalo un intero acquario commestibile. Ogni anno, con le scuse più inverosimili, decine di delegazioni di consiglieri comunali e regionali (quelli della Sicilia in testa, di regola) si regalano a spese dei contribuenti viaggi in prima classe nelle mete più lontane e negli alberghi più costosi.

Ma non sono certo solo i politici. Don Verzé e i suoi collaboratori trascorrevano piacevoli (e frequenti) periodi di relax in alberghi e località di gran classe messi naturalmente a carico dei bilanci di enti nati per tutt'altri scopi ma che si ritrovavano non si sa perché ad averne la proprietà. Di espedienti più o meno analoghi si servono migliaia di italiani ricchi per i quali lo yacht o l'aereo privato sembrano ormai diventati necessari come l'aria. Per qualunque medio industriale scendere in un hotel come minimo (come minimo) a 5 stelle è ormai un'abitudine irrinunciabile. Così come in hotel come minimo a 5 stelle, o in favolose ville su qualche lago, o a Capri, o a Santa Margherita, si svolgono i loro convegni. Mai, chessò, in una bella sala dell'«Umanitaria» o alle «Stelline», no. E se proprio deve essere un postaccio come Milano, almeno il «Four Seasons».

È tutta l'élite italiana che ha perduto il gusto aristocratico della sprezzatura che è il contrario dell'affettazione, il piacere e il senso dell'eleganza fondata sulla sobrietà. La famosa mela che il presidente Einaudi chiese durante una cena se qualcuno voleva dividere con lui, forse neppure compare più nei menu del Quirinale. Così come non ha trovato molti imitatori il supremo snobismo, vagamente venato di tirchieria, che portava il suo altrettanto famoso figlio editore a scovare sperdute osterie dal cibo squisito (a suo dire) ma economicissime.
La moda è lo specchio di questo tracollo. I giovani della haute lombarda di una volta, vestiti d'inverno con i loden e le alte scarpe di Vibram; i vecchi tweed inglesi, che un tempo indossavano con nonchalance i signori della buona borghesia napoletana, hanno fatto posto alla tetra eleganza acchittata degli attuali trenta-quarantenni in carriera, abbigliati rigorosamente in nero come bodyguard o necrofori.

Queste odierne esibizioni e possibilità, così vaste, di lusso ostentato, di superfluo, questa mancanza di misura, dicono molte cose dell'élite italiana. Ci dicono per esempio di un gran numero di redditi occulti, di guadagni privati protetti da leggi compiacenti, e naturalmente di evasione e più ancora di elusione fiscale su grande scala, che la caratterizzano. Ci dicono, ancora, di una sua complessiva, forte diversità rispetto agli altri grandi Paesi europei con cui amiamo confrontarci. Nei quali, tanto per dire, almeno un buon numero di parlamentari italiani sarebbe stata già da tempo, per una ragione o per l'altra, costretta a furor di popolo a dimettersi; dove difficilmente sarebbero tollerati i cumuli di incarichi e di prebende con cui in Italia alti magistrati e grand commis si permettono tenori di vita elevatissimi; dove i rapporti incestuosi tra molti di loro e il mondo degli affari privati (conditi spesso e volentieri di cene, viaggi e vacanze insieme) sarebbero oggetto di censure e di provvedimenti severi.
Ma il rapporto della classe dirigente italiana con il denaro e con il lusso forse parla di qualcosa di più profondo. La sfrontata pervicacia con cui troppe volte essa esibisce entrambi sembra rispondere più che altro, infatti, al bisogno di occultare un intimo senso d'insicurezza. Quasi che sentendosi inadeguata al proprio ruolo, ai contenuti reali e impegnativi di questo, l'élite italiana pensasse di mostrarsi superiore nel modo più facile che le è possibile: con i soldi. Ma così agi e guadagni, invece di rappresentare in qualche modo una conferma della sua superiorità, alla fine sono solo la riconferma della sua inadeguatezza. Della sua lontananza dal Paese reale, della sua inettitudine a capire il bisogno che oggi esso esprime di essenzialità e di misura.

16/03/12

I Tre dell’Ave Mario




A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti.

La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto.

Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po ’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti.

Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta.

Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori.

Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.
(Marco Travaglio)

Dangerous Method


Concordia


14/03/12

Medieval Fantasy


Angelino alla moviola

"Melina", nel gergo calcistico del tempo che fu. O"catenaccio", se si sta a tempi più recenti (ma strategie antiche). "Fare flanella", anche, o il più tradizionale "perdere tempo". Angelino Alfano, l’uomo senza quid, come lo chiama il suo principale, ha cambiato idea. Una settimana fa disertò un vertice del governo perché non riteneva conveniente parlare di Rai e giustizia. Domani, invece, allo stesso vertice ci andrà, ma sottolineando che di Rai e giustizia parlerà «solo se ci sarà tempo». Insomma, due temini da niente che finiscono nel reparto "varie ed eventuali", in fondo alla lista, forse, vedremo, se non si fa l’ora della  merenda. Pur di non parlare di Rai, dove il suo partitino ormai sotto il venti per cento detiene un potere soverchiante, Angelino Alfano è disposto persino a parlare di lavoro. E in effetti fa il suo lavoro: pur di difendere le posizioni in Rai del suo principale, primo concorrente della Rai, sarebbe disposto anche a vestirsi da operaio, forse persino a iscriversi alla Fiom. Fa una certa tenerezza questo Angelino lavoratore, accanito difensore dei salariati, strenuo baluardo delle classi subalterne. La stessa tenerezza, a pensarci, che fanno quei difensori poco dotati (senza quid, per intenderci) che pur di guadagnare minuti buttano la palla in tribuna, fingono infortuni semimortali, si rotolano per terra sperando che l’arbitro non conceda il recupero. Da immaginarsi la telecronaca: Angelino che traccheggia, che temporeggia, che allunga le frasi, che pronuncia lentamente le parole, pur di arrivare alla fine dell’incontro senza che ci sia tempo di parlare di Rai e di giustizia. Angelino al ralenty, Angelino alla moviola, che guarda con angoscia la panchina, che chiede: quantomanca? Chissà se alla fine, ottenuto il pareggio sperato, alzerà le braccia al cielo e abbraccerà i compagni di squadra: visto? Abbiamo parlato così tanto di lavoro che purtroppo non abbiamo fatto in tempo a parlare di Rai. E forse non ha tutti i torti: in effetti quello dell’uomo senza quid è un lavoro usurante. (Alessandro Robecchi - Il Manifesto)

11/03/12

Alfano sa chi è Marcellino?

 
Quando Marcello Dell’Utri trafficava fra Milano e Palermo incontrando mafiosi che attraversavano numerose generazioni, Angelino Alfano andava ancora al liceo. A 42 anni, però, avrà imparato la carriera del senatore Dell’Utri?

Il segretario del Pdl ha commentato così la sentenza sull’amico Marcello: “Tieni duro e continua a difenderti con grande orgoglio e straordinaria dignità come hai fatto in questi anni”.  A parte la scemenze che dice. Oggi scopriamo qualcosa che le più interessanti intercettazioni non ci potranno mai rivelare, cioè che per paradosso – spero consentito – Dell’Utri è più sincero di Alfano. Perché il senatore ha sempre spiegato che scalda la poltrona al Senato soltanto per non andare in galera.

E Alfano, cui manca il quid e pure il resto, incoraggia Marcellino a difendersi “con grande orgoglio e straordinaria dignità”. (Carlo Tecce - Il Fatto Quotidiano)