29/05/12

Signora Maestra

Domenica sera ho condiviso con una trentina di temerari uno spericolato esperimento sentimentale: il raduno dei compagni di classe delle elementari. Erano quarant’anni e centomila capelli che non ci si vedeva e per farsi riconoscere ciascuno si era pinzato sul petto una targhetta con nome, cognome e una propria foto di allora. E' stata una delle serate meno nostalgiche della mia vita: il passato da rammentare era così remoto che sembrava futuro. Si è parlato tantissimo di progetti e speranze, pochissimo di calcio, niente di politica. Ma si è parlato soprattutto della, e con la, Maestra. Era per i suoi 88 anni appena compiuti che avevamo apparecchiato lo spettacolo, salvo accorgerci in fretta che lo spettacolo era lei. Buona ma non debole, la schiena ancora dritta come i suoi pensieri. La Maestra. Quella che ci aveva insegnato a leggere con i libri di Primo Levi e di Rigoni Stern. Anche l'altra sera ha ascoltato con attenzione il primo e l'ultimo della classe declamare "bosco degli urogalli" e poi ha dato loro il voto: basso e però giusto, come sempre. Si aggirava fra i suoi scolari attempati distribuendo carezze ruvide e rimproveri dolci. Nel guardarla pensavo all'esercito silenzioso di cui quella donnina formidabile fa parte: le maestre elementari della scuola pubblica italiana che hanno tirato su una nazione con stipendi da fame, ma meritandosi qualcosa che molti potenti non avranno mai. Il nostro rispetto.

Prima di andare a dormire ci ha detto che averci avuti come alunni era stato, per lei, come riceverci in dono. Poi ci ha baciati sulla fronte, uno a uno. Sono rientrato a casa con addosso l'energia di un leone.

(Massimo Gramellini)

27/05/12

I corvi nel grano


Un sonetto del 1834, Li comprimenti, in cui 
Giuseppe Gioacchino Belli aveva già raccontato tutto


     Fuss’io, me saperebbe tanto duro
de fà li comprimenti che ssentissimo 
 tra er Maggiordomo e ll’Uditor Zantissimo
che gguasi sce daría la testa ar muro.
             
     «Entri, se servi; favorischi puro, 
 come sta?... ggrazzie: e llei? obbrigatissimo,
a li commanni sui, serv’umilissimo,
nun z’incommodi, ggià, ccerto, sicuro...».
             
     Ciarle de moda: pulizzie de Corte:
smorfie de furbi: sscene de Palazzo:
carezze e amore de chi ss’odia a mmorte.
             
     Perché cco Ddio, che, o nnero, o ppavonazzo,
o rrosso, o bbianco, j’è ttutt’una sorte,
sti comprimenti nun ze fanno un cazzo?



Khaled Khalifa, il regime siriano spezza 
una mano allo scrittore

Tirato per i capelli, picchiato violentemente e sequestrato dagli uomini della sicurezza siriana, mentre partecipava al funerale di Rabi‘ Ghazzi. E’ Khaled Khalifa, scrittore, amico, siriano e umano. Glielo avevano promesso e prima o poi sarebbe accaduto.
Khaled Khalifa, famoso per il suo libro Elogio dell’odio (edizioni Bombiani), l’ho conosciuto nel giugno dell’anno scorso , ospite con me al programma di Gad Lerner “L’Infedele”. Ricordo ancora l’istante in cui lo vidi arrivare dietro le quinte e sorridermi. Era sudato, indossava delle ciabatte e il suo aspetto paffuto mi aveva fatto stringere amicizia con lui ancor prima che ci salutassimo. Khaled quella indimenticabile sera, riuscì a incantare tutti con il suo coraggio.
Sapeva che gli uomini del regime lo avrebbero ascoltato, mentre parlava del genocidio, come l’ha sempre chiamato lui, che accadeva in Siria. In molti quella sera gli chiesero “perchè torni in Siria?” e lui rispose “perchè devo stare con il mio popolo”. Qualcuno disse che nel mondo arabo non esistono scrittori non impegnati politicamente. Khaled Khalifa nè è la prova.
Mesi dopo Khaled mi mandò un messaggio dicendomi che, se le autorità siriane glielo avessero permesso, sarebbe venuto a Roma a tenere una conferenza e ci saremmo reincontrati. Ieri, uomini che vogliono umiliare un intero popolo, hanno rotto una mano a Khaled, a simboleggiare il volere che lui non scriva più. In un intervista telefonica, nelle ore successive in cui è stato liberato, scaraventato fuori da una macchina, Khaled ha detto “con una mano mi sarà difficile battere a macchina”.
Il mio augurio, caro amico, è di poter leggere altri, tanti, tuoi libri. (Shady Hamadi)

Telefono Merkel...


26/05/12

Quirinalesque




Berlusconi presidente della Repubblica. Se si avverasse tale funesta ipotesi, non meno catastrofica della profezia dei Maya, cosa sarebbe dell’Italia? Ma via, è fantapolitica, roba da visionari, commenterà qualcuno: Berlusconi è bollito, il Pdl al minimo storico, persi i ballottaggi, sondaggi in picchiata, un partito alla ricerca di un nuovo nome e di una nuova identità. L’ex alleato, la Lega, in coma irreversibile, disintegrata nei ballottaggi e dagli scandali familiari che ipotizza di uscire dal Parlamento…
Berlusconi al Colle è una eventualità su cui oggi nemmeno il più scriteriato dei bookmakers scommetterebbe. In realtà nessuno ci avrebbe scommesso neanche alla vigilia della sua discesa in campo nel 1994. La realtà però ha superato la più delirante delle fantasie. Berlusconi è rimasto al governo del Paese per quasi un ventennio, si è rialzato quando (quasi) tutti lo consideravano fuori gioco. Ha scatenato il suo impero mediatico e commerciale. Ha tessuto nuove alleanze, comprandosi voti e consensi: 316 parlamentari hanno dichiarato perfino con un voto in aula che Ruby era la nipote di Mubarak…

Ieri l’ex premier è tornato a far parlare di sé con la sua proposta di presidenzialismo alla francese e non ha scartato l’eventualità di una sua candidatura al Quirinale. Sarà il caso di non prenderlo sotto gamba.
Sarà soprattutto il caso di invocare quella benedetta legge sul conflitto di interessi su cui lo stesso centro sinistra ha sempre, colpevolmente sorvolato.
Per non ritrovarci con un Quirinale trasformato in un teatrino del burlesque frequentato da escort travestite da corrazzieri. (Stefano Corradino)

25/05/12



Il casto Silvio / Massimo Gramellini


Per una curiosa coincidenza della cronaca (non scomoderei la Storia), mentre la ballerina Polanco raccontava in un'aula di giustizia di quando nel bungabunker di Arcore si infilava parrucca e occhiali per imitare Ilda Boccassini, il beneficiario dello spettacolo mostrava a una platea di giornalisti attoniti l'ultima e più improbabile metamorfosi della sua vita: Silvio lo Statista. Fuori tempo massimo. Anzi, fuori tempo e basta. Dal ritorno in scena del campione dell'antipolitica ci saremmo aspettati di tutto: la fusione con Grillo (Canale 5 Stelle) o la fondazione di un altro partito dal predellino dell'auto (considerati i voti rimasti, bastava una Smart), ma stavolta tenendo in braccio la Polanco travestita da Boccassini. Di tutto tranne che vederlo spuntare dietro un bancone del Senato, trasfigurato nel simbolo vivente della Casta e intento a discettare di semipresidenzialismo alla francese.

Non che non sia importante, il semipresidenzialismo alla francese. Ed è chiaro che la signora Crescita è disposta a varcare la nostra soglia (travestita da Boccassini?) solo se ad aprirle la porta troverà un semipresidente alla francese. Lo capirebbe persino Cicchitto, che infatti si aggirava nei paraggi con aria compiaciuta. Però siamo sicuri che lo zoccolo duro dell'elettorato, quello che al nord teme di perdere il lavoro e al sud i sussidi, sia in grado di cogliere la portata rivoluzionaria della proposta? Un milione di posti, meno tasse per tutti, chi non salta comunista è: quelle erano balle di successo. Ma il semipresidenzialismo alla francese rischia di non eccitare nessuno: non solo la Boccassini, ma nemmeno la Polanco.

Scendo o non scendo...


23/05/12

20


Non chiamiamoli grillini



Grillo, grillismo, grillini. Noto in me, e immagino in molti miei colleghi, la difficoltà ad abbandonare le logiche della politica personalistica che ha furoreggiato negli ultimi decenni, quando tutto sembrava ridursi allo scontro fra alcune personalità salvifiche: Berlusconi, Bossi, Di Pietro, il segretario di turno del centrosinistra. Il leader riempiva con il suo ego le pagine dei giornali e le poltroncine dei talk show. Gli altri membri del partito scadevano al rango di cortigiani, caratterizzandosi solo per la capacità di imitare in peggio i difetti del capo. Costui era anche il detentore della cassa e il compilatore delle liste, quindi il padrone delle loro carriere. Gli elettori gli si affidavano passivamente e il nome del leader sulla scheda rappresentava plasticamente la resa della Democrazia alla Signoria: la scelta non era più sulle idee ma sulle facce, forse perché alle idee era più difficile mettere il fondotinta.

L’epoca delle rockstar politiche, per fortuna, è finita. Lo si era già visto nelle rivolte delle piazze arabe e degli indignados, quando con grande dispetto di noi cronisti non saltò mai fuori il nome di un capopopolo a cui appendere il titolo del giornale. Cinque Stelle non è il partito di Grillo, ma un movimento in franchising, senza rapporti di dipendenza gerarchica (ed economica) fra il guru e la base. Il neosindaco di Parma ha potuto smarcarsi da Grillo fin dalla prima intervista. Lo avessero fatto un leghista o un berlusconiano, sarebbero stati scomunicati. Adesso tutti dovranno imitare quel modello: l’Italia chiede facce nuove, ma stavolta le preferirebbe anonime. (Massimo Gramellini)