13/04/12

Kooly Noody


PURGHE VERDI

Fuori la Mauro e il tesoriere Belsito, Renzo Bossi resta. 
La resa dei conti al congresso di fine giugno
di Fabrizio d’Esposito e Davide Vecchi
 
Anche le purghe hanno due pesi e due misure. Rosi Mauro cacciata dalla Lega, il Trota no. Ieri in via Bellerio a Milano, dove c’è la sede della Lega, hanno chiuso persino le finestre. È successo poco dopo l’arrivo, a sorpresa, della Grande Accusata Rosi Mauro, scortata dal solito Pier Mosca. Alle quattro e diciotto del pomeriggio. La riunione del consiglio federale è iniziata dieci minuti dopo. La badante-zarina del cerchio magico si è difesa con forza e urla. Di qui la direttiva di serrare le imposte. Un lunghissimo monologo per proclamarsi ancora una volta innocente. Nessun passo indietro, niente dimissioni da vicepresidente del Senato. Orgoglio ma anche disperazione: “Dove vado, che fine faccio? Non potete trattarmi così”. A Milano, la sindacalista padana Mauro, semplice uditrice senza diritto di voto, si è presentata inaspettata e accompagnata da voci su un presunto patto con il Senatùr: dimissioni da Palazzo Madama (ma non dal seggio) in cambio di un’espulsione temporanea (tre mesi) dal partito e della ricandidatura alle prossime politiche.
Non è andata così. Non poteva andare così. I barbari sognanti di Roberto Maroni hanno trasformato il consiglio federale nella resa dei conti che desideravano da mesi. E neanche le dimissioni della badante da vicepresidente del Senato avrebbero placato la sete di vendetta dei maroniti. Anzi. È stato chiaro quando ha preso la parola Gianluca Pini, segretario “nazionale” dell’Emilia Romagna: “Noi non vogliamo le tue dimissioni perché vogliamo che te ne vada”. Stesso tono, stesse parole per Maurizio Fugatti, a capo della Lega Trentino. A quel punto è intervenuto Umberto Bossi, supplicante: “Rosi, dimettiti per favore”. E Maroni, contro ogni mediazione: “Le dimissioni non sono abbastanza, dobbiamo cancellarla. O io o lei qui dentro”.
Al momento di votare, il Senatùr è uscito dalla sala, insieme con Marco Reguzzoni, altro anello dell’ex cerchio magico, e Francesco Speroni (che di Reguzzoni è suocero). Maroni li ha raggiunti e avrebbe spiegato meglio il suo ultimatum, In pratica, Bossi si sarebbe fatto convincere del sacrificio della Mauro temendo forse un’ulteriore reazione contro il figlio Renzo, già dimessosi dal consiglio regionale della Lombardia. Risultato: purga votata all’unanimità secondo il copione sovietico caratteristico della Lega. Recita la parte finale del comunicato ufficiale: “Preso atto della decisione della senatrice Mauro, il Consiglio Federale all’unanimità ha decretato l’espulsione dal movimento della stessa senatrice Mauro, ritenendo inaccettabile la sua scelta di non obbedire ad un preciso ordine impartito dal Presidente Federale e dal Consiglio Federale”. Via la Mauro. Via anche il famigerato Francesco Belsito, l’ex tesoriere. In compenso, dall’epurazione si salvano Renzo Bossi e pure Roberto Calderoli, triumviro leghista al centro di nuovi accertamenti della magistratura.
Prima di andare via, Rosi Mauro è entrata nell’ufficio di Bossi. Altro colloquio tra i due. All’uscita, ha smentito la richiesta di dimissioni da parte del Senatùr. Poi: “Credo che abbiano voluto un capro espiatorio. Mi sono tolta un peso dal cuore, non riuscivo a stare nell’ambiguità e nell’ipocrisia. Sulla presunta unità ha prevalso il ricatto politico”. Evidente il riferimento alle minacce di Maroni (“o io o lei”). Quanto al futuro da vicepresidente del Senato, da mina vagante fuori controllo: “Un passo alla volta. Non mi sono dimessa perché tutta questa operazione non mi convince, voglio vederci chiaro. Indietreggiare vuol dire che non c’è la verità”.
La grande vittoria di Maroni (due settimane fa, prima dello scandalo, confidò ad alcuni parlamentari di centrosinistra: “Aspetto solo il giorno che la Lega mi cada tra le braccia, come una mela matura”), però non si limita all’espulsione di Rosi Mauro. Il consiglio federale ha infatti deciso, sempre dopo la canonica “lunga discussione”, di celebrare il congresso alla fine di giugno a Milano. Un evento atteso da dieci
anni. L’ultimo, appunto, nel 2002. Da allora, niente più. Nemmeno dopo l’ictus del Capo, nel 2004. Con Bossi malato, il partito prima è stato retto dalla diarchia Calderoli-Maroni, poi dal cerchio magico “presieduto ” dalla moglie del Senatùr, Manuela Marrone. Adesso la scelta di tenerlo. Ovviamente, l’ex ministro dell’Interno appare il candidato naturale alla successione e non si esclude una soluzione per “riabilitare Umberto” con Maroni segretario e Bossi presidente. In questi giorni gli equilibri del movimento stanno subendo una profonda mutazione, a favore dei barbari sognanti. E al Senatùr più che dimezzato non resta che una promessa. Fatta davanti al consiglio federale: “Rimborserò con un assegno i soldi presi dalla mia famiglia”.

12/04/12

Il Padano e quel guscio (rotto) di tartaruga



E poi, dopo il turbine di quel discorso, dopo le grida, gli urli, le luci, le cornamuse, le scope, i barbari che sognano, che insultano e che adesso gridano anche contro di lui. E poi, dopo l’ultimo bagno di folla, il senso di quella febbre malarica che lo avvolge e non lo lascia: il popolo dei volti attenti, parlare da un palco, l’adrenalina che ti si infila anche nel corpo segnato dalla malattia e ti fa provare un brivido freddo. La vita per chi campa di politica è questo, anche quando ti fischiano.

E poi, l’emozione. Quando dice quella frase, a lungo rimuginata: “Chiedo scusa, ho rovinato i miei figli…”. Subito dopo gli viene da piangere, adesso sta pensando a lui. Così deve riavvolgere il nastro, capire quando tutto questo è iniziato. Il giorno dell’ictus: prima la vita a cento all’ora, senza fermarsi mai. E poi il buio. Oppure: il giorno in cui si è svegliato nella clinica con quel camice verde, mezzo corpo che non si muove più e tutto ha iniziato ad andare al rallentatore? Svegliarsi significa aggrapparsi a quello che ti è rimasto intorno. E poi il tartarughino. Prima che tutto questo accadesse, prima dell’ictus e della resurrezione, non l’aveva mai visto. Un giorno, quando era tornato a casa il suo figlio più piccolo gli aveva raccontato, con il sorriso dei bambini curiosi e felici di tutto: “Lo sai papà, che in giardino c’è una tartaruga che si è spezzata il guscio ma che è sopravvissuta? Un miracolo. Ieri l’ho vista camminare”.

In quel tempo lui ancora rideva.... / (Luca Telese)

11/04/12

Arifotter


Tutto a puttane
Badante puttana lo hai fatto per la grana.
E’ uno dei sofisticati cori ascoltati ieri alla giornata dell’orgoglio padano.
Per chi non è pratico di cose leghiste: la badante puttana sarebbe Rosy Mauro, Mauro; gli eleganti parolieri un gruppo di giovani “barbari sognanti” seguaci di Roberto Maroni.
Dunque il rinnovamento del Carroccio è anche questo. E’ il  puttana ruttato a quattro ganasce a una donna. L’identica sottocultura di Bossi che fa vedere il “manico” a Margherita Boniver.     
C’è poco da stupirsi. Il terronissimo principe di Salina ha preso casa  da tempo  nel profondo Nord. 
E non è nemmeno un soggiorno obbligato. Ai suoi tempi, è vero, non avrebbe mai dato della buttana a una donna. O almeno non lo avrebbe fatto in pubblico. Ma ogni epoca ha le sue parole e la sua specialità di Gattopardi. E i giovanotti di Bergamo sono molto, molto contemporanei.
Altro che barbari sognanti. (Marco Bracconi)

09/04/12

Capolavori Nascosti.3

Capolavoro del Ludo Cigoli: il "Fermo! E se lo mandassimo a lavorare?"


E ora Strossi contro Gnossi

di Michele Serra
 
 
L'addio di Bossi scatena la guerra di successione. In corsa un ex cantante di Pavia eletto senatore a sua insaputa e un meccanico della Val Brembana che ha chiamato i suoi tre figli Alpino, Prealpino e Subalpino. Outsider: un cacciatore di Cambiago che spegne le telecamere con un rutto.

Sostituire Umberto Bossi con un leader dello stesso livello: per la Lega è una scommessa difficile. Ma già affiorano i possibili successori.

Lamberto Gnossi
. Ex cantante dell'orchestra di liscio Omar e Oscar, scopre la politica verso i cinquant'anni quando i leghisti della sua provincia, Pavia, lo eleggono senatore a sua insaputa. Dapprima crede a uno scherzo. Poi, ritirando il primo stipendio da 15 mila euro, capisce che quella è la sua missione. Presenta un disegno di legge che liberalizza la caccia al merlo, ma la sua attività politica tocca anche molti altri aspetti della vita civile del Paese: dalla caccia al beccaccino alla caccia alla peppola. La base lo ama molto per i modi spontanei: fa i comizi con la patta aperta e il suo intercalare tipico è "vacaboja!". Politico molto accorto, non si è ancora pronunciato pro o contro la secessione perché prima vuole capire che cosa significa la parola. Ha tre figli: Padanio, Padania e Mario Po.

Roberto Strossi.
Strossi è il fondatore della Lega Alpina Prealpina e Subalpina, che confedera le tre precedenti leghe Alpina, Prealpina e Subalpina (tutte e tre fondate da lui) in una sola. A questa missione ha dedicato tutta la sua vita e per questo tutti lo chiamano "l'ideologo". Nativo di una piccola frazione della Valbrembana, non è mai stato eletto a nessuna carica pubblica ma nella sua officina meccanica legifera in proprio. Ha preparato una legge che rende obbligatoria la caccia al tordo per tutti i cittadini italiani che hanno compiuto i diciotto anni, con un periodo di addestramento di tre mesi presso la pensione della sorella Ines. La base ne apprezza molto lo stile alla mano: nei dibattiti televisivi attacca le caccole sul microfono e il suo intercalare tipico è "bojavaca!". Ha tre figli: Alpino, Prealpino e Subalpina.

Umberto Ossi. Diplomato in batteria per corrispondenza, suona con il coro delle mondine del Vercellese. I canti rurali non prevedono la batteria, ma Ossi, con la tenacia che gli è valsa la stima e l'affetto della base, ha chiesto allo zio sindaco di fare un'ordinanza che obbliga a introdurre un assolo di batteria in ogni canzone eseguita in zona. Scrittore autodidatta, sta ultimando (è già a pagina 2) un saggio nel quale dimostra che i confini della Padania coincidono con quelli di Atlantide. Per questa pubblicazione è stato nominato rettore dell'Università dell'Insubria. Ha tre figli, ai quali ha dato i nomi degli ultimi tre re di Atlantide: Octopus I, Octopus II e Octopus III. E' autore di un progetto di legge che promuove la pesca al pesce gatto, del quale è così ghiotto che lo mangia con le mani mentre fa i comizi, applauditissimo dalla base.

Floberto Rossi.
Il suo disegno di legge, che autorizza le battute di caccia al canarino in gabbia e in negozio, lo ha reso popolarissimo nel bresciano. Eletto deputato a furor di popolo, si è presentato a Roma con la doppietta ma ha accettato di consegnarla ai commessi, dando un segnale di maturità politica che ha profondamente impressionato. Uno dei suoi pochi rammarichi è non avere potuto avere figli perché troppo impegnato nell'attività venatoria. Ha però adottato un Suv, che lava ogni sabato sulla piazza del paese tra gli applausi della base entusiasta.

Berto Umbossi.
Gli Umbossi sono, da generazioni, gestori del tiro al volo di Cambiago Pertugnago, un paese del Milanese vicino a Inzago Tormegnago. Sono molto rispettati dagli abitanti della zona perché sono tra i pochi che riescono a tornare a casa senza perdersi. Berto è sceso in politica per coronare un sogno: trasformare le aiuole in mezzo alle rotonde stradali in riserva di caccia. La base lo ama per i modi schietti: mentre fa i comizi si pulisce le unghie con un coltello da macellaio e in un dibattito televisivo ha spento la telecamera con un rutto. Ha tre figli, i cui nomi sono un inno al territorio e alla cultura padana: Rotonda, Capannone e Svincolo.

07/04/12

Auguri!


Magici Cerchi Nel Grano


Il giochino padano - Marco Bracconi

Deve rispondere solo alla Padania, al movimento, ai militanti.
Vedi a quante cose serve la fiction secessionista. Ieri a giustificare l’occupazione pro-tempore di potenti poltrone romane. Oggi ad alzare una cortina di nebbia sulla sostanza delle cose.   
Ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale, che anche il più ultras dei lumbard è in grado di esercitare.
I soldi finiti nei fondi neri e nelle tasche private non stanno a bilancio della Padania, ma dello Stato. 
E l’Italia sarà anche una nostra puerile invenzione, ma dei soldi ricevuti dall’Italia è il caso che Bossi risponda agli italiani. A tutti, gli italiani.

05/04/12

Capolavori Nascosti.2


Umberto, sei tutti loro 

“E ora chi rappresenterà il Nord?”, domanda affranto Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere, a Linea Notte. E Pigi Battista, sempre sul Pompiere, si unisce al cordoglio magnificando “la riconosciuta grandezza di un leader che ha imposto nell’agenda politica nazionale la “questione settentrionale” e ha interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica…Non sarà una miserabile vicenda di fondi stornati a cancellare una storia iniziata nelle periferie del sistema”.

Nord? Popolo? Questione settentrionale? Ma la Lega, quando le andava bene, rastrellava il 30 % dei voti validi in Lombardia e in Veneto, molto meno nel resto della cosiddetta Padania: mai rappresentato più del 10-15 % degli elettori nordisti. Il che non cancella il suo ruolo storico nella caduta della Prima Repubblica e nel sostegno a Mani Pulite, quando tutti i vecchi partiti avrebbero volentieri spedito Di Pietro in Aspromonte o in Barbagia. Ma son passati vent’anni. L’ultima volta che Bossi fece qualcosa di utile fu nel ‘94, quando rovesciò B., giocandosi tutto mentre il Cainano si comprava i leghisti a uno a uno (ci volle tutto l’impegno di D’Alema per resuscitarlo con la Bicamerale). Ma son passati 18 anni. Poi la Lega divenne un tragicomico caravanserraglio di pagliacci, parassiti, cialtroni, molti razzisti, qualche ladro, parecchi servi. L’ampolla, il matrimonio celtico, il druido, Odino, il tricolore nel cesso, i terun, i negher, foera di ball, il dito medio, il gesto dell’ombrello, le pernacchie, il ce l’ho duro, i kalashnikov, le camicie i fazzoletti le cravatte verdi, il parlamento padano, la moneta padana, la banca padana, il villaggio vacanze in Croazia, l’amico Fiorani, le zolle di Pontida, l’uscita dall’euro.

Si sono inventati tre trovate da avanspettacolo di strapaese – la secessiùn, il federalismooo, la devolusssion – e ci han campato per due decenni alle spalle del cosiddetto “popolo”. Ma, sotto sotto, di quell’armamentario carnevalesco, ridevano anche i leader, ben felici di trovare qualche milione di persone disposto a bersi tutto come l’acqua del dio Po e a rimandarli a Roma ladrona, a occupar poltrone come tutti gli altri. In un raro momento di lucidità, Calderoli, divenuto ministro, confessò al Corriere: “Su di me non avrei scommesso un soldo”. Ora è nientemeno che triumviro, ma la sua fidanzata Gianna Gancia, che lo conosce bene, fa sapere che “Roberto non va bene, ha il faccione e veste male, va da un sarto quasi cieco”. Senza contare che un giorno, colto da raptus, incenerì col lanciafiamme “375 mila leggi inutili”, fra cui i decreti di annessione del Veneto e del ducato di Mantova al Regno d’Italia. Ora sui giornali è tutto un rincorrersi di versioni assolutorie per il grande capo: han fatto tutto il cerchio magico, la famiglia famelica, la moglie fattucchiera, i figli spendaccioni, la badante Rosi, il tesoriere ladro, all’insaputa del povero infermo.

A parte il fatto che Bossi sapeva da mesi, almeno da quando i giornali lo informarono che Belsito aveva portato 7 milioni in Tanzania e questo lo ricattò sui soldi alla Family per salvare la cadrega, chi ha scelto Belsito? Bossi. Chi ha mandato in Regione il Trota a 12 mila euro al mese? Bossi (senza contare i presunti 20 milioni di fondi neri da lui girati all’ex tesoriere Balocchi). Il resto sono lacrime di coccodrillo. Ma la mano leggera e l’occhio umido di molti giornali nasconde una coda di paglia lunga così: per anni han preso sul serio quei gaglioffi e il loro federalismo da baraccone. Anche le parole tenere e commosse degli altri capi-partito celano la coda di paglia di chi sa benissimo che la truffa dei “rimborsi” senza controllo riguarda tutti: oggi è toccato a Bossi, domani potrebbe toccare a loro. Ieri mattina infatti, letti i giornali, il Senatur ha prontamente cambiato parole d’ordine: non più l’ “ho sbagliato” della sera prima, ma “è un complotto” dei soliti pm.

Se passa il principio che un leader neppure indagato si dimette, si crea un pericoloso precedente. Infatti dal Palazzo si leva un coro unanime: Umbe’, nun ce lassà. (Marco Travaglio)

Pilates nei Caraibi




FINE DI UN TROGLODITA - Di Piergiorgio Odifreddi


Finalmente esce di scena, travolto dagli scandali, uno dei tribuni del popolo più rozzi e imbarazzanti che abbia mai avuto il nostro paese, che pure ci ha fatto ripetutamente vergognare per la levatura personale, morale e politica della sua classe dirigente.

Umberto Bossi ha incarnato per venticinque anni l’anima più rudimentale, ignorante e becera dell’italiano medio. E la Lega Nord ha rappresentato gli interessi più provinciali, conservatori e qualunquisti di una piccola (anzi, piccolissima) borghesia, degnamente rappresentata dal suo indegno leader.

Quello che molti indicavano come un “politico finissimo” era ed è, in realtà, soltanto una persona sgradevole e volgare, i cui unici argomenti dialettici non andavano oltre il dito medio continuamente alzato verso l’interlocutore, e il vaffanculo continuamente biascicato come un mantra.

Il cosidetto “programma politico” della Lega, d’altronde, era all’altezza di questa bassezza, e si limitava al protezionismo nei confronti dei piccoli commercianti e dei piccoli coltivatori e allevatori diretti, condito da anacronistici proclami per la secessione e l’indipendenza di una fantomatica Padania.

Le patetiche cerimonie a Pontida, e le ridicole simbologie solari o guerriere, rimarranno nella storia del kitsch, a perenne ricordo delle camicie verdi: versione di fine secolo delle camicie nere o brune della prima metà del Novecento, e ad esse accomunate dall’ottuso odio razziale e xenofobo.

Che un movimento e un leader di tal fatta abbiano potuto raccogliere i consensi di una parte consistente della popolazione del Nord Italia, era ed è un’ironica smentita della sua supposta superiorità nei confronti di “Roma ladrona” e del “Sud retrogrado”, oltre che una testimonianza significativa del suo imbarbarimento.

Come se non gli fossero bastati luogotenenti quali Borghezio, Calderoli o Castelli, negli ultimi tempi Bossi aveva lanciato e imposto in politica il proprio figlio degenere. E’ un degno contrappasso, il fatto che proprio le malefatte del rampollo abbiano contribuito alla caduta del genitore. E, speriamo, anche del suo movimento.

Padre e figlio possono ringraziare la fortuna che li ha fatti nascere in Italia, e non in Iraq o in Libia, anche se entrambi hanno contribuito a far regredire il nostro paese al livello di quelli. Non li vedremo dunque trascinati nella polvere, e giustiziati sommariamente: ci acconteremo, o accontenteremmo, di vederli sparire con ignominia dalla politica e dalle nostre vite. Anche se le grida di “tieni duro” da parte dei loro sostenitori ci fanno temere parecchio al riguardo.

Il Carroccio passava...



Bossi malato e gli affari ‘a sua insaputa’

Di nuovo a sua insaputa. E così dal “familismo amorale” tanto caro a Paul Ginsborg e al “Tengo famiglia” di Leo Longanesi – li ricordava ieri Filippo Ceccarelli su Repubblica – Umberto Bossi è passato all’ennesima mutazione genetica, alla dissipazione di se stesso, alla sublimazione di un mito appannato nello spietato tritacarne di un familismo tutto particolare, il “Familismo senile”.

E dire che Umberto Bossi era sempre stato un contaminatore di stili, di generi, di idee oltre l’iperbole, uno che fondeva il Sacro Graal con Guerre Stellari, che univa i manga giapponesi all’esoterismo autocratico, la letteratura al rutto. A noi giornalisti a Montecitorio, nel 1995 diceva ispirato ma serio: “La Lega arriverà al massimo storico perché questo è l’anno del Samurai!”. Uno che inveiva sprezzante contro l’ex amico Gianfranco Miglio dicendo: “È una scoreggia nello spazio”. Uno che coltivava l’idea del capo guerriero ambientando il suo immaginario fra le cornamuse hollywoodiane di Braveheart, gli spadoni di cartapesta, gli elmi di Asterix e la fisicità ruvida delle camicie verdi. Uno che prima della malattia se (rarissimamente) citava la propria famiglia diceva: “Quando un capo guerriero va in battaglia sua moglie lo segue dietro il suo cavallo”.

Era insomma l’orgoglio neobarbarico che si opponeva al più antico dei vizi italici. Non c’era lessico familiare, non c’erano first ladies, non c’erano case e giacigli, perché il Senatùr era sempre in battaglia per il Carroccio, dormiva in macchina e la sua famiglia era confusa nel suo popolo. La prima moglie di Bossi diceva di aver visto dissipato tutto per la causa del marito (e senza volerlo), di aver subito la beffa del finto medico che andava al lavoro. Quel Bossi i soldi li disprezzava, da ragazzo quando sognava di vincere Castrocaro con il memorabile nome d’arte di “Donato” cesellava versi immortali come questi: “Noi siam venuti dall’Italy / Abbiamo un piano / per far la lira / Entriamo in banca col caterpillar / e ci prendiamo il grano”.
Da ragazzo quando aveva la tessera del Pci raccoglieva firme contro il golpe in Cile. Eppure, l’ultimo paradosso di questo nuovo pasticciaccio padano è che su un solo punto il senatùr ha ragione. È lui l’unico politico italiano che può fregiarsi dell’immunità dell’inconsapevolezza, o – meglio – dell’ “insaputezza”. L’unico, cioè, che può dire a pieno titolo “Mi hanno ristrutturato la casa a mia insaputa”, perché da tempo non è più in grado di capire, controllare, discernere il filo degli investimenti spregiudicati, le speculazioni pataccone della Lega Nord (“per l’indipendenza della Tanzania”).

Così bisognerà approfittare del “Caso Belsito”, per trovare il coraggio di prendere atto anche in questo paese gerontoiatrico che le cose finiscono e che la leadership di Bossi era evaporata nel 2004, dopo il malore che ne aveva lesionato il corpo, la resistenza, la tenuta. Il Bossi di questi ultimi otto anni avrebbe avuto diritto al riposo, alla pensione e non essere costretto a inscenare la parodia del Bossi che fu, della sua caricatura. Invece la virilità è diventata senilità: il leone spelacchiato costretto a saltare nel cerchio di fuoco, il leader che bisbiglia costretto ad alzare il dito medio.
Era come una condanna: più il mito superomistico si indeboliva, più lui era costretto ad alzare i toni del doping testosteronico. L’invettiva un tempo grottesca e carnevalesca si era ormai fatta malinconica, la satiriasi della Lega “armata di manico”, era diventato il tic del semi-infermo che prometteva di “Spaccare la faccia” ai giornalisti o che profetizzava per Mario Monti l’impossibilità di “uscire vivo” dal Nord. Sempre più truce, sempre più crepuscolare, ma sempre senza ferocia e senza consapevolezza.
Anche in questo tramonto, infatti, Bossi non è pienamente consapevole del proprio dissiparsi. Incredulo davanti ai fischi di Pontida, incapace di cogliere voci e contestazioni su cui un tempo surfava come un semidìo, attonito come lo fu Nicolae Ceaucescu nel suo ultimo comizio a Bucarest. Ci voleva la vulcanica e fervida inventiva di Roberto D’Agostino per coniare un’espressione che oggi pare l’epitaffio di una vita, quella micidiale immagine dei “Bossi di seppia” che occhieggiano a Eugenio Montale, e all’idea stessa del carisma svaporato.

Adesso il Senatùr convoca il suo consiglio federale senza sapere che fine farà, senza poterne scrivere il copione, avendo già provato sulla pelle in molte sedi della Lega l’onta della contestazione, appesantito come un eroe shakespeariano dagli acciacchi e dagli sberleffi, macchiato da tutti i commissariamenti che ha dovuto sottoscrivere per mantenere in vita il fragile equilibrio del suo patetico “Cerchio magico”, e per consentire all’ex autista improvvisatosi tesoriere la spregiudicata implausibilità delle speculazioni gratta-e-vinci. Il Bossi-guerriero che aveva fondato la Lega era stato un profeta dell’antifamilismo, il Bossi-di-seppia che (salvo detronizzazioni) sta seppellendo la Lega ha fatto del familismo il suo programma sanitario, la sua incerta stampella, la sua ultima grottesca suggestione, quella del Re che designa un successore esangue, del “Delfino” che diventa “Trota”.

Se Bossi fosse uscito di scena quando il suo male lo aveva messo al tappeto, la sua guarigione lo avrebbe reso un padre della patria. Ma in questo paese in cui pochi riescono ad arrivare alla grandezza, nessuno conosce il segreto di Cincinnato e nessuno sa uscire di scena. Sarà un epilogo triste: anche questo – purtroppo per lui – a sua insaputa. (Luca Telese)

04/04/12

La Casta si è fermata a Cuneo


A Cuneo, dove tutti idealmente abbiamo fatto il militare, sono seicento i cittadini che aspirano a fare il consigliere comunale. Seicento su una popolazione di sessantamila anime, poppanti compresi, significa un candidato ogni cento cuneesi. Siamo al delegato di condominio. E mica soltanto a Cuneo. Ventisette liste a La Spezia, sedici candidati per la poltrona di sindaco ad Alessandria, ottocentocinquanta aspiranti consiglieri a Catanzaro e milletrecento a Palermo. L’esperienza suggerirebbe il cinismo: ecco i soliti italiani, buoni a sputar fiele sulla Casta, in realtà smaniosi di farne parte: il titolare di un pacchettino di cinquanta voti potrà farlo pesare al momento delle alleanze, contrattando posti e prebende, alimentando spesa pubblica e familismi assortiti.

Eppure mi voglio illudere che stavolta sia diverso. Che la liquefazione dei partiti della cosiddetta Seconda Repubblica rappresenti un fatto compiuto e i rivoli della società civile abbiano ricominciato a scorrere nell’alveo secco della politica, riempiendolo di una quota inevitabile di lestofanti, mestatori e goliardi (in una comunità montana del Cuneese c’è persino la lista bunga bunga), ma anche e soprattutto di idealisti e di entusiasti. Certe liste naïf hanno nomi palpitanti: Nuvole, Esuli in patria, Politica pulita. Bene comune, I cittadini prima di tutti. E’ un flusso scomposto, in qualche caso sgangherato, ma pieno di passione politica ed energia vitale: quella che i partiti non esprimono più. La democrazia del futuro è nascosta lì in mezzo. L’augurio è che non si faccia guastare dalle cattive compagnie. (Massimo Gramellini)