26/01/12

L'invasione degli usignoli


Aiuto, li sto perdendo. Sono i colleghi più cari, gli amici di una vita. Quelli con cui fino all’altroieri potevo scambiare un sano pettegolezzo all’orecchio o uno sguardo d’intesa durante le riunioni. Ora cerco i loro occhi e non li trovo più: sono curvi sul cellulare, con i pollici a forma di sogliola, per digitare ossessivamente dieci, cento, mille tweet (cinguettii). Cosa sono i tweet?, si starà chiedendo qualche lettore arcaico che avrei quasi voglia di abbracciare. Sono degli sms, ma invece di arrivare a un solo destinatario finiscono in simultanea su migliaia di telefonini. Se prima Pippo mandava a stendere Pippa in privato, adesso l’intera comunità degli usignoli può godersi lo spettacolo. Naturalmente su Twitter si parla soprattutto di cose serie. Per esempio si segnalano libri che nessuno avrà tempo di leggere perché per farlo bisognerebbe staccare di tanto in tanto gli occhi da Twitter. Come il giornalista, anche il cinguettatore non vive ma cinguetta il proprio vissuto. E oltre a cinguettare riceve i cinguettii di tutti gli altri, rivivendo così ogni giorno la frustrazione già mirabilmente espressa da Troisi: «I libri non li raggiungo mai, pecché io sono uno a leggere mentre loro sono milioni a scrivere».
Scherzavo. In realtà Twitter è: a) un giornale personalizzato di cui si è direttori e lettori al tempo stesso, b) una fonte inesauribile di stimoli, c) un passatempo superficiale per maschi nevrotici, compulsivi e ossessivi. Una di queste tre definizioni appartiene a mia moglie, indovinate quale. (Massimo Gramellini)

24/01/12

Anonima sfigati


Se non sei laureato a 28 anni, sei uno sfigato. (Se non lo sei neppure a 40, fondi la Lega Nord). La colorita scomunica del Fuoricorso (parentesi esclusa) è scappata di bocca al viceministro Michel Martone, suscitando entusiasmo fra i «coloristi» dei giornali, in astinenza dai tempi di Brunetta, e dispetto in qualche altro a causa di una certa incompletezza. Il viceministro infatti si è dimenticato di aggiungere che a 28 anni sei uno sfigato se oltre a fingere di studiare non fai un tubo, a parte lamentarti. Avrebbe dovuto dirlo - lui figlio di papà e quindi privilegiato - per una forma di rispetto verso i tanti studenti lavoratori che a 28 anni sono ancora chini sui libri non per pigrizia, ma per mancanza di qualcuno in grado di mantenerli all’università.
Se poi volessimo marchiare con la lettera scarlatta della «sfigaggine» tutti coloro che intorno a questo problema si comportano male senza provare vergogna, la lista potrebbe utilmente cominciare da quegli imprenditori e liberi professionisti che non assumono chi si è laureato in perfetto orario, ma il figlio dell’amico degli amici che magari si è laureato a 28 anni, in una sede oscura, pagandosi gli esami. E continuare con quei professori universitari che invece di pungolare i fuoricorso cercano in ogni modo di scoraggiare i secchioni: sfruttandoli, umiliandoli e facendoli sentire, loro sì, degli sfigati. Infine dovrebbe comprendere chi, politici in testa, ha ridotto l’università a un esamificio, la società a un gerontocomio e la famiglia a un ricovero di sfigati in cerca d’autore. (Massimo Gramellini)

20/01/12

Oscure botteghe




La Germania ha dichiarato guerra
Pochi mesi fa, l’Italia era il cattivo d’Europa. Il primo Ministro tedesco poteva pubblicamente urlare in faccia al Primo Ministro italiano: “La crisi dell’Euro è colpa tua!”. Molti italiani la pensavano allo stesso modo. Due mesi dopo, l’Italia non solo è rispettata nel mondo, ma ispira una crescente simpatia, perché vittima di un’aggressione ingiustificata quanto letale. Il coro di proteste in sua difesa cresce ogni giorno. La manovra di Monti ha fra gli altri meriti anche quello di aver diradato la nebbia sulle responsabilità della crisi.

Il cattivo, il paese canaglia è la Germania. Non gli americani: fanno il possibile per salvare l’euro. Non gli speculatori senza patria: ci sono sempre stati, sono solo il sintomo del vero problema (chi comprerà i BTP alle prossime aste). Non le Agenzie di Rating, che ci declassano dopo i mercati, perciò non contano.

La Germania (dietro la quale si nascondono altre responsabilità) semplicemente impedisce all’Europa di attivare i normali meccanismi difensivi necessari per superare la doppia crisi: finanziaria, e della domanda aggregata. È in gioco la nostra sicurezza nazionale? La nostra democrazia? Il nostro benessere? La stabilità del nostro continente? Sì. E come se ci avessero dichiarato guerra. Qualcuno vuole di nuovo germanizzare l’Europa .


Dietro a ogni guerra c’è un’ideologia, una “morale”. L’ideologia crea gli interessi, non viceversa. Li fa apparire “reali”, li trasforma in immaginarie necessità, ai fini della sopravvivenza identitaria o fisica.


Questa volta l’ideologia è una favola: “La cicala e la formica”. Prima versione: siete in crisi perché spendaccioni, come i greci! Smentita dai numeri di Spagna e Portogallo (meno debiti pubblici dei tedeschi), Irlanda (niente debiti, ma obbligata da un ricatto a socializzare le perdite delle banche; la BCE incontra difficoltà crescenti a coprire la vicenda), dalla manovra di Monti, e dal martirio greco (l’IMF si sta ribellando). Seconda versione: noi tedeschi abbiamo fatto tanti sacrifici per diventare più competitivi: ora volete i nostri soldi per salvarvi? Fate anche voi sacrifici! In realtà, la Germania è uscita in fretta dalla recessione del 2009 perché nel decennio precedente aveva fatto una svalutazione competitiva “interna”. Si è ritrovata perciò un boom delle esportazioni, casualmente al momento giusto. Per noi fare altrettanto ora è impossibile: la Germania difende il suo surplus commerciale e spinge gli altri in deficit.

Monti ieri ha fatto una dichiarazione sbagliata, ma non casuale. Ha chiesto aiuti alla Germania, confermando viepiù i pregiudizi tedeschi e provocando un secco “nein!”. Ma poi si è corretto: non vogliamo soldi, solo buona governance per abbassare gli spread. Aha! Finora aveva chiesto Fondo Salva Stati ed Eurobonds (= i soldi dei tedeschi), nonostante un Efsf declassato e penalizzato dagli spread. Politiche sbagliate, fallite prima di cominciare; pericolose per la Germania, e perciò giustamente avversate dalla Merkel.

La dura realtà dei mercati, le critiche della stampa libera rilanciate da parlamentari PD e PDL, stanno spostando il professore milanese su posizioni culturali e negoziali più adeguate. Vediamo di non perdere altro tempo. Ci sono tre corollari:

1) Se l’Italia non chiede finanziamenti all’Europa, non li chiede neanche alla BCE! Ergo, la BCE deve percorrere la via alternativa: non costa un euro, e genera circa 10 miliardi di capital gains (di cui 2 da distribuire alla Germania).

2) Se insistono con la falsa, screditatissima storia dello Statuto BCE che impedisce di fare il necessario, l’Italia chieda che il prossimo trattato Europeo ne contenga una modifica. Monti deve scegliere fra le storture ideologiche dell’Eurozona e la salvezza della patria: è già successo (F.D.Roosevelt). La Merkel rimarrà sconvolta dall’idea che la BCE possa diventare una banca centrale normale … come la Fed o la Bank of England! Ma non si vede perché noi dovremmo firmare un Trattato di iper-austerità, e avere in cambio solo vaghe promesse.

3) Se la Germania non ci sta, l’arma che usa contro di noi (il default del’Italia) deve essere brandita contro di lei. Il corso forzoso non sarebbe la fine del mondo. Sarebbe una cosa dura, ma meno della guerra nucleare. La guerra fredda è rimasta tale perché le due potenze hanno credibilmenteminacciato di reagire in caso di attacco avversario. E Monti avrebbe l’appoggio del mondo intero; compresi il 40% dei tedeschi. Se la sente?
  (PierGiorgio Gawronski)




18/01/12

Sguup!


Casta Crociere / Marco Travaglio

Ora diranno che noi italiani non riusciamo a diventare seri nemmeno nelle tragedie, anzi riusciamo subito a trasformarle in macabre farse. Gli altri hanno il Titanic, noi la Concordia. L’italianissima “nave più grande del mondo” che, già per com’è posizionata, mezza sott’acqua e mezza sopra con uno squarcio nella chiglia, è la migliore icona del paese che siamo. Più che un naufragio, una parabola.
Del capitano Schettino sappiamo tutto e forse, si spera, anche troppo. Ma non era mica solo, sulla nave. Invece è come se lo fosse: se il comandante impazzisce, o si ubriaca, o picchia la testa, non c’è niente da fare. Nessun controllo, nessuna valvola di salvaguardia. Un uomo solo al comando, con potere di vita e di morte su tutti gli altri. E, se dà via di matto o semplicemente si fa gli affari suoi, peggio per noi. Vi ricorda qualcosa? Poi ci sono i passeggeri, che al “si salvi chi può” danno il meglio, ma anche il peggio. Uno, accecato dalla disperazione, strappa il salvagente al vicino e lo lascia affogare. Altri fanno a botte o calpestano la massa per arrivare prima alle scialuppe saltando la fila e, conquistato un posto sulla barchetta, scacciano i bambini o i vecchi o le donne o disabili perché “non c’è più posto”. Vi ricordano qualcuno? Il “particulare”, lo chiamava Guicciardini. Poi c’è Costa Crociere, che prima difende il comandante e poi lo scarica, dichiarandosi parte lesa perché ha fatto tutto da solo (ma proprio perché poteva fare tutto da solo Costa Crociere non è parte lesa). Vi ricorda qualcuno?

E siamo a Schettino, per gli amici “Top Gun”, che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul Titanic. Se c’era bisogno di qualcuno che rinfocolasse i luoghi comuni sull’italiano in gita, eccolo pronto alla bisogna. Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C’è l’amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c’è, se po’ fa’. C’è da accostare per il rito dell’ “inchino” ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepèèèèè. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov’è, al momento del cozzo? Una turista olandese giura che era al bar a farsi un drink con una bella passeggera appena rimorchiata. Perché la patonza deve girare, no? A quel punto, con la nave gonfia d’acqua, si chiama la Capitaneria per dire “Tutto ok, positivo”. Poi si parla di “guasto a un generatore”. Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L’affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto, anche l’evidenza.

Infatti è la Capitaneria a informarlo che la sua nave affonda. E allora “abbandonate la nave”: lui per primo, assicurando però “stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone” (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo dà sempre cifre false ma precise). Il solito De Falco –c’è sempre un De Falco sulla rotta dei furbi fessi– lo sgama: “Ma lei è a bordo?”. “No”. “Vada a bordo, cazzo! È un ordine”. “Sono qua sotto a coordinare i soccorsi, ora vado a bordo”. Invece è già all’asciutto, aggrappato a uno scoglio. Verrà avvistato sulla banchina mentre aspetta il taxi per l’hotel Bahamas. Manca ancora un ingrediente: la telefonata a mammà. “Sto bene, ho cercato di salvare i passeggeri”. Come si chiama mammà? Rosa, e come se no?  Lui intanto mente pure sull’ultima manovra: “L’ho fatta io per facilitare i soccorsi”. Invece l’han fatta le correnti. Poi pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio dello scusario vittimistico nazionale: tutta colpa di “uno sperone di roccia non segnalato, la carta nautica dice che non doveva essere lì”.

Il solito complotto degli speroni rossi, degli scogli spuntati a sua insaputa: se Vespa lo chiama a Porta a Porta, lui tira fuori il plastico. Non resta che svignarsela nella notte, quatto quatto, “per senso di responsabilità”, lasciando fare agli altri, ai tecnici. Vi ricorda qualcuno? Tipo un altro che aveva cominciato sulle navi da crociera?

17/01/12

La prevalenza dello Schettino



C’erano voluti due mesi per ritornare all’onor del mondo. Due mesi di loden e manovre, di noia e ricevute fiscali. Due mesi per nascondere i politici di lungo corso sotto il tappeto o in un resort delle Maldive. Due mesi per far dimenticare il peggio di noi: la faciloneria, la presunzione, la fuga dalle responsabilità. E invece con un solo colpo di timone il comandante Schettino ha mandato a picco, assieme alla sua nave, l’immagine internazionale che l’Italia si stava ricostruendo a fatica. Siamo di nuovo lo zimbello degli altri, il luogo comune servito caldo nei telegiornali americani, il pretesto per un litigio fra due politici francesi (francesi!), uno dei quali ieri accusava l’altro di essere «come quei comandanti che sfiorano troppo la costa e mandano la loro barca contro gli scogli».

Mi auguro che non tutto quello che si dice di Schettino sia vero: anche i capri espiatori hanno diritto a uno sconto. Ma se fosse vero solo la metà, saremmo comunque in presenza di un tipo italiano che non possiamo far finta di non conoscere. Più pieno che sicuro di sé. Senza consapevolezza dei doveri connessi al proprio ruolo. Uno che compie delle sciocchezze per il puro gusto della bravata e poi cerca di nasconderle ripetendo come un mantra «tutto bene, nessun problema» persino quando la nave sta affondando, tranne essere magari il primo a scappare, lasciando a mollo coloro che si erano fidati di lui. Mi guardo attorno, e un po’ anche allo specchio, e ogni tanto lo vedo. Parafrasando Giorgio Gaber, non mi preoccupa lo Schettino in sé, mi preoccupa lo Schettino in me. (Massimo Gramellini)

14/01/12


La Lega non sopravviverà al Senatùr

Il codice della marineria dice che il comandante affonda con la nave. Quello della politica, che la nave affonda con il comandante. Che fine malinconica per la Lega. Degli inizi, i suoi vertici sembrano aver conservato l’arroganza (una volta dei vincitori, oggi dei perdenti). Gli italiani, però, non sono tanto stupidi da credere che basti togliersi la giacca e infilarsi la maglietta verde per tornare a essere partito di lotta. Non si lasciano convincere da slogan contro il governo quando la crisi è responsabilità di chi ora protesta. Nemmeno i militanti leghisti sono stupidi. Anzi, ribellandosi ai capi – schierati con Cosentino pur di salvare il cadreghino – dimostrano che il loro attaccamento al Carroccio era spesso genuino. Ma Bossi e il suo Cerchio Magico, da tempo (forse da sempre), li hanno abbandonati.

E anche Maroni non può ambire a essere leader: Bobo che fu ministro dei primi governi Berlusconi, poi sparò a zero sul Cavaliere, salvo tornare all’ovile e al Viminale. Maroni che come massima espressione di dissenso “osa” sbuffare di fronte al Senatùr. Se, però, il partito si disgrega, restanomilioni di elettori delusi e confusi che si sfogano in Internet e alla radio. Restano piccoli amministratori leghisti che si sono dimostrati migliori dei dirigenti. E soprattutto rimangono istanze che meritano ascolto. No, non la becera intolleranza che sfiora il razzismo, non il ribellismo retorico che ignora le leggi. Ma il desiderio di una politica lontana dai palazzi, più legata al territorio del Nord che tanto ha contribuito alla crescita dell’Italia. Sbaglierebbe chi liquidasse, insieme con il Carroccio, anche i bisogni reali alla base della sua affermazione. Impossibile, però, che se ne faccia interprete il Pdl. E difficile che sia in grado di farlo un centrosinistra spesso ridotto ad apparato.

Una cosa è certa: il rappresentante di questo scontento non può essere la Lega. Partita per sconfiggere “Roma ladrona” ha invece portato nel suo Nord tante logiche “romane”: la fame di poltrone, l’affarismo, i tatticismi, la mancanza di democrazia interna. Il Carroccio si ferma qui, quando pareva diventato movimento di massa si è rivelato un altro partito “ad personam”: dopo Berlusconi pare questo il modello dei partiti in Italia, a destra come a sinistra. E Bossi ha deciso che la sua creatura non gli sopravviverà.



Nonna Rai/Massimo Gramellini


La signora Livia ha ottantadue anni e la testa lucida, ma le gambe appannate. Mauro è un giovane alpino di sessantaquattro che le abita accanto e ogni tanto scende a fare le commissioni per tutti e due. L’altro giorno Mauro doveva andare alla Posta e ha chiesto a Livia se aveva bisogno di qualcosa. Lei gli ha messo in mano 112 euro. «Sono per il canone Rai». Mauro le ha spiegato che non era il caso: «Hai più di 75 anni e una pensione sociale senza altri redditi: sei esentata». Livia ha insistito: «Posso permettermelo». «Ma se non arrivi a 500 euro di pensione!». «Tanti stanno peggio di me. I miei soldi serviranno a coprire quelli che non metteranno loro e a migliorare i conti della Rai, che nonostante tutto mi tiene compagnia». Pare faccia lo stesso con certe medicine che paga anche quando non dovrebbe, perché chi è fatto così è così sempre, nella vita.


Non sarei capace di ragionare come Livia. E ho le mie ragioni, sia chiaro. Il canone viene evaso in massa, ci sono regioni dove i pochi che lo pagano vengono considerati marziani. E andare in soccorso dei bilanci della tv pubblica equivale a battersi per salvare l’onore di una anziana meretrice: un’impresa assurda, oltre che disperata. Però non sono le persone come me a tenere in piedi questa baracca chiamata Italia. Sono quelle come Livia. Che non lanciano accuse, non cercano alibi, non fanno paragoni. Hanno un’idea di comunità nella testa e le rimangono fedeli con rettitudine, senza sentirsi né vittime né eroi. Semplicemente normali.