16/12/11

Gli incredibili lumbard


Torna la Lega di lotta non più al governo. Urla, grida, espone cartelli, insulta e fa ostruzionismo nelle aule parlamentari per protestare contro la manovra del governo Monti e la decisione di porre la fiducia sul provvedimento. Decisione dettata unicamente dall’esigenza di evitare proprio l’ostruzionismo lumbard che impedirebbe altrimenti l’approvazione del decreto prima di Natale. E se tutti, dall’Europa ai commentatori dei giornali, hanno ricordato a Monti che bisogna fare in fretta, forse è il caso di ricordare al Carroccio che solo fino a ieri erano gli alleati principali e fidati di un governo che è ricorso alla fiducia più di cinquanta volte in tre anni, utilizzando questo strumento praticamente per tutte le manovre e tutti i provvedimenti cruciali e a volte anche per quelli meno rilevanti. Certo le misure proposte dal governo dei Professori non sono facilmente digeribili e nonostante le modifiche introdotte due giorni fa su casa e pensioni che hanno alzato le tutele per i ceti più deboli, restano dubbi e lacune.E non è facile il compito di quei partiti che oggi sono chiamati a sostenere questa manovra in Parlamento e che domani dovranno presentarsi agli elettori. Era stato più facile per la Lega stringere il patto di ferro col magnate Berlusconi, vincere anche grazie a lui le elezioni del 2008 e insediarsi a palazzo Chigi per varare subito l’abolizione dell’Ici e il disegno di legge sulla sicurezza. Ve lo ricordate? Quello che aveva introdotto le famigerate ronde, tanto strombazzate dai lumbard e rapidissimamente svanite tra le nebbie della Padania. Per poi pagare dazio subito dopo sostenendo quel lodo Alfano che avrebbe dovuto mettere al riparo il Cavaliere da ogni seccatura giudiziaria. E’ andata avanti così per tre anni. Coi lumbard pronti a votare tutte le leggi ad personam pretese da Silvio, per poi purificarsi con l’acqua del Po. Pronti a proteggere tutti i parlamentari del Pdl inseguiti dalla giustizia (ma adesso, guarda caso, il Carroccio vota a favore dell’arresto di Cosentino). Pronti ad approvare senza un fiato tutte le manovre di Tremonti (spalleggiato spesso più da loro che dal Pdl), anche se poi per distrarre l’attenzione Bossi si esibiva col dito medio e la pernacchia. E nel conto bisogna metterci anche i cinque anni precedenti di governo Berlusconi-Bossi. Il brillantissimo risultato è sotto gli occhi di tutti. E ora la Lega vorrebbe anche lucrare sul disastro che ha contribuito a produrre per recuperare consensi nelle urne. Con molta furbizia ma nessuna credibilità. (Lavinia Rivara)

14/12/11

Tagli su commissione



In Italia il modo più sicuro di non fare una cosa è istituire una commissione. Quando l’estate scorsa cominciarono le operazioni di tosatura della cittadinanza, il governo Bandana intuì che bisognava offrire un sedativo alle pecorelle smagrite. Non la riduzione immediata dello stipendio dei politici (e che, siamo matti?) ma la promessa di tagli futuri. Per uniformare l’onorevole paga ai livelli europei sarebbero bastati cinque minuti: il tempo di consultare le tabelle preparate dagli uffici della Camera. Perciò si ritenne molto più utile affidare l’arduo compito a un consesso di esperti guidato dal presidente dell’Istat.

In quattro mesi la commissione Giovannini si è riunita tre volte. La prima volta per stilare una lista dei parlamenti europei a cui ispirarsi. La seconda per affidare l’indagine conoscitiva alle ambasciate italiane, anziché a un bimbo di 6 anni che avrebbe trovato i dati su Internet in un clic. La terza, si legge sul sito del governo, per un «report sullo stato di avanzamento delle attività»: immagino che ogni ambasciatore dovrà intervistare personalmente tutti i deputati del Paese in cui abita, chiedendo loro la dichiarazione dei redditi e gli scontrini del ristorante.

Nel frattempo l’euro andava a rotoli, lo spread si impennava, il governo Bandana cedeva al governo Loden, le tasse salivano, le pensioni scendevano e i cittadini si imbufalivano. Insensibile a questi accidenti della vita, la commissione proseguiva inesorabile. Il suo responso, atteso per marzo, potrebbe persino essere anticipato a gennaio. Non si sa ancora di quale anno. (Massimo Gramellini)

13/12/11

Un balengo


1 a 0 per la casta


Mario Monti rischia di perdere la partita dei tagli alla casta. La riforma che abolisce le inutili giunte provinciali rischia di impantanarsi nelle secche delle Camere, anche se proprio stamane un emendamento del governo ne fissa la morte al 31 marzo 2013. Lecito dubitare che andrà veramente così. L’altra sfida, sul taglio degli stipendi dei parlamentari (da 15 mila ad almeno 10mila: almeno), al momento l’han vinta i deputati e senatori: poco fa un emendamento del governo ha stabilito che saranno le Camere, e non il governo, a provvedere al taglio delle indennità. La prerogativa dei parlamentari è salva. Evviva. Domanda: la vedremo mai questa sforbiciata?

Piccolo riassunto. È al lavoro da settembre una commissione, istituita da Tremonti e presieduta dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini, che sta svolgendo uno studio sui costi della politica nei sei principali Paesi europei al fine di equiparare le indennità italiane alla media del Vecchio Continente. Ora, spazientito di fronte alle lungaggini di questa commissione, il governo Monti aveva approvato una norma – il comma 7 dell’articolo 23 del decreto sulla manovra – con la quale provvedeva autonomamente al taglio delle indennità se i risultati della commissione non fossero giunti entro il 31 dicembre. Apriti cielo! I parlamentari erano insorti: violata l’autonomia di Camera e Senato! Il governo non può intervenire su materie che sono di esclusiva competenza del Parlamento! Siamo noi a dover decidere quanto e come tagliare. Beh, per il momento l’hanno spuntata loro: 1 a 0. Spetterà infatti al Parlamento provvedere all’autoriduzione. Con quali tempi non è dato sapere.

Saprà la casta più ricca d’Europa (nessuno ha 952 parlamentari: in Danimarca se ne fanno bastare 179, in Spagna vivono benissimo con 558; nessuno prende 140mila euro lordi: in Germania arrivano a 91 mila euro, in Gran Bretagna a 76mila) mettersi finalmente a dieta? Voi ci credete? (Concetto Vecchio)

Mastro Minzo



Epurazioni, puzzette di neonati e spese folli



Non sarà facile dimenticare Augusto Minzolini e rinunciare al gioco quotidiano: Tg 1, scopri dov’è nascosta la notizia. Un dramma. Anche per le mamme, più sole senza i suoi consigli: “Come evitare le puzzette dei neonati. Sì, massaggi addominali; no, tisane di mirtilli. Compra il vasettino migliore per la pupù”. L’associazione cani di piccola e media taglia protesta: addio “decalogo del bravo padrone”. I camerieri minacciano lo sciopero, orfani di un insegnamento istruttivo e assiduo: “Diventa un perfetto maggiordomo. Coltello a destra, forchetta a sinistra”. È un buon maestro chi riesce a trasmettere i segreti del mestiere.

Augusto Minzolini ha censurato pacchi interi di notizie, sudore vero, per guadagnarsi il titolo emerito di “direttorissimo”, coniato con mirabile ironia da Silvio Berlusconi, grande elettore e grande protettore. In 30 mesi di guida al Tg 1, spesso in vacanza a spese di viale Mazzini a volte in ufficio a Saxa Rubra, solitario in trincea, Minzolini non ha abbandonato né le navi da crociera né il vascello berlusconiano. Cade in battaglia con la bandiera già ammainata: “Fin quando c’è Berlusconi a Palazzo Chigi, io resto al Tg 1”, disse un giorno di rara sincerità per poi smentire. Non s’aspettava di improvvisare lezioni di giurisprudenza per giustificare la sentenza di prescrizione di David Mills, virtuosamente scambiata con assoluzione: “Ancora co’ ‘ sta storia. Vi ripeto, vi spiego; sono la stessa cosa”. Non fu mai troppo convincente. Come nei giorni di orgoglio socialista, quelli sì emozionanti per i Cicchitto e i Sacconi: “Bettino Craxi statista, capro espiatorio di un sistema”. La scomparsa di fatti e notizie ha espulso i telespettatori e la pubblicità durante i suoi due anni e mezzo nel servizio pubblico. Addio panino e pastone per metterci dentro governo, maggioranza e opposizione.

Il suo telegiornale era un surgelato con prodotti scaduti, un misto di Gasparri, Bonaiuti e La Russa avariati che promettevano riforme e scacciavano i comunisti. Ha seppellito con freddezza le cene eleganti del Cavaliere senza mai citare Patrizia D’Addario, Ruby Rubacuori, bunga bunga, statuetta di Priapo: “Non faccio gossip”. Ha giurato di raccontare la “vita reale”, di solito confusa con la sua vita surreale: in giro per il mondo con la carta di credito aziendale, affezionato cliente di alberghi a cinque stelle fra Dubai, Parigi, Praga, Londra, Palma di Maiorca e Marrakech. Non per vacanze, sia chiaro: “Viaggi di lavoro, incontri con fonti”. E che fonti, di classe e appetito per pranzi e cene da salasso. Impegnato a gestire relazioni e divertimenti, Minzolini ha lasciato la redazione a un gruppo di giornalisti aderenti al potere di B. o di fresca conversione. I più intelligenti. Quelli più realisti del re che aiutano il capo a eliminare i nemici senza sacrificare i fine settimana: Busi, Ferrario, De Strobel.

Minzolini ha recitato monologhi a ripetizioni, editoriali telecomandati che seguivano l’agenda del Cavaliere. Incendi a Napoli per i rifiuti? No, la città è pulita e ordinata, sembra Stoccolma. Telefonate imbarazzanti fra Berlusconi e Lavitola? Intercettazioni gogna mediatica, lapidazione inaccettabile. Mercato di deputati a Montecitorio? No, si dice responsabili. L’Aquila è morta? No, è un capolavoro di efficienza. Per anni, troppo tempo, Minzolini ha mostrato un’Italia che esiste soltanto nei suoi centri benessere. Giornaliste cotonate che apprezzano una Ferrari cabriole perché mantiene la permanente. Code ai ristoranti, resse al supermercato, traffico in autostrada, caldo ad agosto, freddo a dicembre.

Già, la rubrica meteo. L’unico momento di verità, assieme ai numeri del superenalotto. Adesso che un sobrio oscurantismo s’abbatte sul telegiornale nazionale, avremo nostalgia del perfetto turista a Parigi che s’incartava su accenti francesi e riferimenti storici liceali: “Non accetto che masanielli improvvisati o Robespierre (detto Robespiè, ndr) da strapazzo si ergano a giudici inappellabili su ciò che è buona informazione”. La sua informazione è inodore perché assente. E non c’entra nulla con le puzzette di un bebè. (Carlo Tecce)

12/12/11

I cerchi dell'impotenza


E’ l’incubo dei tre cerchi concentrici. Primo cerchio: la famiglia. Un padre e una madre che nella Torino del 2011 costringono la figlia sedicenne a sottoporsi al controllo mensile di verginità. Non stupisce che una ragazza cresciuta in quell’ambientino faccia sesso col fidanzato e poi si inventi di essere stata violentata dai rom, disegnati apposta - da sempre - per il ruolo di capri espiatori. Ed ecco il secondo cerchio: la comunità. Una comunità povera di soldi e di sogni, in preda a un’arrabbiatura perenne e senza anticorpi. La falsa notizia dello stupro si infiltra nel quartiere e scatena gli istinti primordiali. L’emotività dell’orda che vuole vendicare l’affronto con la violenza. Il vendicatore non si sente un razzista, ma un giustiziere. Nel deserto di cultura, anche popolare, l’ultima ideologia che sopravvive è quella dell’ultrà. Il terzo cerchio, il più grande e il più grave: la politica. Dovrebbe mediare gli scontri e trovare le soluzioni. Invece non fa nulla, se non partecipare al piagnisteo collettivo. Qui è simboleggiata dalla dirigente del Pd locale che marcia in corteo con la comunità irritata dalla vicinanza del campo rom. Marcia, cioè, contro se stessa, visto che il suo partito governa Torino da decenni senza aver mai affrontato seriamente la questione, limitandosi a spostarla ogni volta un po’ più in là.

Famiglia, comunità, politica. Tre cerchi concentrici, accomunati dalla stessa impotenza. Per spezzare l’incantesimo esiste una sola formula: più cultura nelle case, più calore nei quartieri, più coraggio nei palazzi del potere. (Massimo Gramellini)

10/12/11

Sogni grandi


Nei giorni dispari mi sveglio polemico, ma in quelli pari, i miei preferiti, prevale il desiderio di credere in qualcosa. Oggi è un giorno pari e lo sguardo scorre al vertice europeo, in cerca di un guizzo che dovrebbe esserci e non c’è. Non c’è anzitutto nel cuore di chi governa. Ma li avete visti, i leader di questo continente che ha guidato il mondo per millenni? Anche i migliori sono burocrati persi fra i loro numeri e le loro micragne di bottega. Nessuna visione, nessuna ribellione a un destino che sembra segnato: la perdita di senso e quindi di benessere. Sembrano medici alle prese con un malato di cui al massimo si può ritardare la fine. Aveva dunque ragione Montanelli quando negli Anni Cinquanta sosteneva che l’Europa era un’unione di cadaveri e che a volerla erano stati De Gasperi, Adenauer e Schuman, tre cristiani più interessati al destino dei morti che a quello dei vivi?
Non erano affatto morti quegli statisti che sapevano fare sogni grandi, a differenza dei loro pallidi successori. E non sono morti i tanti ventenni che oggi girano l’Europa col progetto Erasmus, e parlano tre lingue, e si sentono a casa a Valencia come a Berlino. Uniti, uniti davvero, potremmo ancora sentire il vento della storia soffiarci alle spalle e non contro. Una civiltà va in malora solo quando smette di credere alla propria fortuna. Abbiamo la cultura, la sapienza, il talento e la faccia tosta per sguazzare nel mondo che cambia. Ci manca una cosina da niente: una classe dirigente che alzi finalmente la testa da tutti quei tabulati per indicarci un traguardo comune. (Massimo Gramellini)